Coralinda 4. e 5.
È iniziata la missione dei due gatti e di Coralinda. Una missione che si rivela fin da subito estremamente… puzzolente? D'altro canto scendere nel mondo del Piugiù ha qualche controindicazione.
QUATTRO
– Andremo.
Lord Baltimore annuisce e si lecca con cura la zampa anteriore sinistra: – bene.
– La squadra sarà formata da me, Eduard e Arlecchino. – continua Coralinda.
– Come desideri.
– Andremo al cospetto della... cioè ... del Sommo Zero della Gente Nera e porteremo... cosa porteremo?
Lord Baltimore passa all’altra zampa e fa un brusco cenno con la coda. Le due guardie di palazzo abbassano i baffi in segno di obbedienza ed escono. Gli sportelli delle gattaiole vibrano a lungo in sincronia come altalene abbandonate nello stesso istante.
– Meglio non ci siano orecchie indiscrete. Sommo Zero deve consegnarvi un oggetto. In apparenza soltanto un piccolo barattolo di vetro. Ma in realtà è probabilmente la salvezza per tutta la città Voi lo dovrete portare dove Sommo Zero vi indicherà.
– Tutto qui? – chiede Arlecchino.
Lord Baltimore lo incenerisce con una delle sue terribili occhiate. – Sciocco! Dovrete attraversare due volte i territori dei ratti: le terre di Rattmussen l’Ispido, valicare due volte i Fiumi Oscuri, camminare nell’oscurità...
– Maestà, ma perché non mandare un esercito? Una cinquantina di gatti ben armati e coraggiosi... – propone Eduard.
– Sommo Zero mi ha fatto sapere che la nostra corrispondenza deve restare segreta. Segreta, capito? Un esercito del Popolo Sacro non è una cosa che possa rimanere segreta. Mi sono spiegato?
– Chiarissimo. Siamo pronti. – Coralinda si sta chiedendo quale scusa inventare per la mamma. E questa non è nemmeno la sua preoccupazione maggiore!
– Graffio e Morso vi accompagneranno nel primo tratto di strada, fino alle rive del Primo Fiume Oscuro. Avrete una mappa delle profondità: una mappa molto antica che tracciarono i cartografi di Micio Desiderio Occhi-di-Foglia. È una mappa speciale, come vedrete. Quando si sbaglia strada, parla. Almeno così dicono gli antichi libri. E vi servirà anche, anche... come si chiama... – Lord Baltimore si guarda intorno irritato, aspettandosi un suggerimento che non viene, – il... il... insomma una cosa che crea il buio... una specie di torcia elettrica al contrario.
– Un proiettore a luce nera. – dice Arlecchino, con l’aria più tranquilla del mondo.
– Proprio, giusto! – sospira soddisfatto Lord Baltimore che un attimo dopo, però, si rabbuia: – ma tu come fai a saperlo?
Arlecchino si gratta la schiena con una zampa posteriore. – Così, ho tirato a indovinare.
– In questo regno tutti sanno troppo di tutto. Tutti miagolano troppo. Un giorno o l’altro... Va bene. Allora prenderete con voi il... il...
– Proiettore a luce nera.
– Ecco, quello. Dovrete puntarlo contro di voi se incontrerete i ratti. E restate sottovento, i ratti hanno un ottimo naso. Adesso strofiniamoci i nasi. Buon viaggio!
# # #
– Te lo giuro, mamma. Si tratta di una missione importantissima. Chiedilo a Lord Baltimore, chiedilo a Parsiphal.
La mamma di Coralinda non è un’U-Mana come le altre. Innanzitutto, è una femmina U-Mana, e questo è già non poco. Poi ha avuto una bambina moooolto speciale, anche se non si sa bene come abbia fatto. E smettiamola con le domande, non lo so nemmeno io! Mica andavo a spiare dalla finestra la mamma di Coralinda, io. Anche se, certo, è una bella ragazza, come no... Insomma, però non l’ho fatto e non lo so. E basta con le domande!
Allora, dicevo. La mamma di Coralinda, che si chiama Diana, è un tipo molto speciale. E quando dico molto speciale, intendo mooooooooolto speciale...
(quante “o” ci sono? Le hai contate? Contale prima di continuare).
Non è quel tipo di mamma che dice: «E se poi ti fai male? E se prendi freddo? E se ti sporchi tutta?»
No, Diana dice solo: – Starai via per molto?
– Una giornata, mamma.
– Ah. È pericoloso?
– Un pochino.
– Vuoi che venga anch’io?
– No, mamma. Sei troppo alta.
Mamma Diana l’abbraccia. – È una cosa importante, vero?
– Sì, molto importante.
La prende in braccio, anche se fa un po’ fatica. – ... come quando eri piccola. Vero che ritornerai?
Coralinda sente un po’ di lacrime che spingono per uscire dagli occhi ma li stringe e fa la faccia seria. – Tornerò.
– Mi fido di te. Buona fortuna.
– Grazie, mamma.
CINQUE
Graffio è un gatto a righe grige, sbieche e confuse come l’interferenza di un’interferenza. Ha un occhio solo, un orecchio solo e i baffi da una parte sola, quella dell’orecchio. Ha le zampe lunghe e cammina di sbieco, pronto a colpire. Ha la voce di un contrabbasso e prima attacca e poi soffia. Morso è un gatto grasso e lento, variegato come il contenuto di un bidone dell’immondizia. Ha gli occhi azzurri e ci sente poco ma gli piace cantare. Cosa canta? Alcune delle immortali canzoni del Popolo Sacro: «Bella gattina con la coda ricciolina» oppure: «Facciamo mucchio noi due da soli» o anche «Luna gattona». Ma in missione non canterà, lo ha promesso a Lord Baltimore. Morso è così grasso che quando cammina sembra che stia seduto e quando è sveglio sembra che dorma, ma non provate a pensare che sia solo un bidone di lardo. Il tempo di pensarlo e vi troverete un morso profondo e doloroso alla caviglia. Sì, perché Morso legge i pensieri, o per lo meno i pensieri che lo riguardano.
– Siete pronti? – chiede Graffio.
– Certo. Prontissimi.
Coralinda, Eduard e Arlecchino guardano nel tombino aperto, buio, umido e dal quale proviene un odore di marcio per niente gradevole.
– Certo, si entra di lì. – dice Morso. Guarda Arlecchino. – E non so quando riuscirai a fare la prossima merenda.
– Ma io non stavo pens… – inizia a dire Arlecchino ma Graffio lo guarda con l’unico occhio e così tace di colpo.
– Allora – ricomincia Graffio. – Qualche istruzione prima di scendere. All’inizio e per un po’ saremo nei territori dei Gattidinotte. Sono tutti neri e difendono una parte dei confini con Rattmussen l’Insopportabile. Sanno della nostra missione e ci terranno d’occhio per evitare che ci siano problemi nel loro territorio. Il Primo Fiume Oscuro è il confine del territorio con i ratti. Vi mostreremo come attraversarlo. Da lì in poi dovrete usare la mappa e il proiettore a luce nera. Il Secondo Fiume Oscuro è il confine tra il Regno dell’Orda di Rattmussen e i territori di Piugiù. Nel Piugiù vive la gente nera e anche diverse altre «cose».
– Quali cose? – chiede Coralinda.
Ignoranza o prudenza o un po’ di tutte e due? Ignodenza, insomma? Fatto sta che la domanda della bambina gatta resta per un po’ sospesa nell’aria e poi svanisce come una bolla di sapone.
– Si va. – dice Graffio.
I gattidinotte non si vedono e quasi non si sentono. Ce ne deve essere sempre almeno uno appena oltre il limite dei neon sporchi e incrostati delle fognature, però non si riesce a vederlo. E anche riconoscerli dall’odore non è facile. Ci sono troppi odori in questo posto. Ma odori mischiati, sovrapposti, confusi. Odore di muffamarciorugginecacca, l’avrebbe definito Coralinda se qualcuno glielo avesse chiesto. A un passo più forte l’uno, al passo successivo più forte l’altro. A parte l’odore, però, un posto tranquillo. Anche più che tranquillo. Meglio silenzioso. O deprimente. Piuttosto, tetro. Quasi minaccioso. Un pochino spaventoso. Quasi quasi terrificante.
– Perché batti i denti, Coralinda? – le chiede Eduard. Pianissimo perché nessuno senta.
– IO!? Io ba-ba-ba-tttttttte-r-r-r-re coooosA?
– Silenzio! – sibila Graffio.
– C’è un pericolo? – chiede Arlecchino, tranquillo come chiedesse: «ci sono ancora biscottini?»
– SSSSHHHHTTTT – sibilano in coro i suoi compagni.
– Sei scemo? – aggiunge Morso – no, non parlare. Conosco già la risposta.
Scendono scale, attraversano corridoi, scivolano attraverso porte semiaperte. Più giù, sempre più giù. Le luci al neon vibrano, alcune sono spente. Molte sono spente. Quasi tutte. Ci possono vedere solo i gatti in questo posto, quindi da qui in poi basta descrizioni. Io non sono un gatto. E poi qui ci sono solo muri umidi, puzze e ruggine. Qualunque lettore un po’ sveglio ormai l’ha capito. Alla fine di un corridoio circolare che si direbbe in tutto e per tutto un grosso tubo di cemento li aspetta un gatto nero, magro come se fosse fatto con il filo di ferro.
– Buongiorno. – miagola con un vocione profondo che sembra impossibile venga da lui. – io sonò Timpàno, Grànduca dei gattìdinotte. – E voi siete Graffiò, Morsò, Eduàrd, Arlécchino e Coralindà. Giustò?
– Infattì... cioè, infatti.
– Appena oltre questo corrìdoio c’è il Primò Fiumè Òscuro. Dòvrete àttraversare un pontè che non è proprio un pontè ma quasi. Si pòtrebbe passare tra le dieci e mezzo e le dieci e un quarto, quandò i ratti si rìtirano per la prèghiera.
Morso e Graffio annuiscono, come se avessero capito tutto, ma Coralinda, invece, trova che ci siano almeno un paio di punti oscuri nella frase di Timpàno.
– Punti oscuri... nell’oscurità – ridacchia Morso che ogni tanto telepatizza soprappensiero.
– Proprio così! – Coralinda non è esattamente arrabbiata ma quasi. Infatti parla troppo forte e guarda Timpàno come fosse Rattmussen l’Irsuto...
APERTA PARENTESI: (:-)
ma non era Rattmussen l’Ispido? Beh, perché, il potente Rattmussen non può essere TUTTE E DUE LE COSE? Cioé ispido e irsuto? Magari anche irto, irritato o indignato. Anche capovolto, se vuole. Mica lo deve chiedere ai lettori. Ma guarda tu che gente...
CHIUSA LA PARENTESI: (: ()
... – Come sarebbe a dire tra le dieci e mezza e le dieci e un quarto? Semmai il contrario, direi. E poi, come sarebbe che i ratti pregano? E cosa pregano? E poi, come parli?
– Non sei mai vènuta qùi, eh, fànciulla-gattà? – dice Timpàno
– Infatti.
– Nemmeno noi – aggiungono Eduard e Arlecchino
– Mi scusò. Àllora. Noi gattìdinotte siamo mattì. Lo sannò tuttì. Comè farlò càpire? Al buiò, poi? Semplìce. Da comè pàrliamo. Se c’incòntri al buiò e ci sentì pàrlare dici: ho incòntrato un gattòdinotte.
– Bene. – Coralinda non si stupisce. Prima di pàrtir... ahem, sono contagiosi questi gàttidinotte (gàttidinotte non gattìdinotte o gattidinottè). Allora, prima di partire Coralinda si è ripromessa di non stupirsi di nulla. E di nessuno. E anche di non spaventarsi. La prima cosa le viene più facile, però. Ma non andate subito a dirglielo.
– Bene – ripete Coralinda – ma perché mai le dieci e mezzo vengono prima delle dieci e un quarto? E cosa pregano i ratti?
– Àllòra. Qùi non c’è il solè. Giustò?
– Giustò. – ripetono in coro Coralinda, Eduard, Arlecchino, Graffio e Morso.
– Ma ci sonò semprè 24 ore in un giornò. Verò?
– Però cosa? – chiede Arlecchino.
– Verò, non pèro. – risponde Timpàno.
– Ah, verò, chiarò. – replica Arlecchino.
– È fàcile. – puntualizza Timpàno.
– Fàcile comèno. Fàcilissimò.
Timpàno guarda Arlecchino con sospetto. – Non fàcilissimò. Facilissimò e bastà. – Il granduca dei gattìdinotte è lègg... leggèrmente irritatò, no irritàatoò. Pèro, pèro...
Aìuto!
Non ci càpisco pìu nullà.
...
Basta. Da questo momento sono aboliti gli accenti. Anche quelli necessari. Tutti. Non se ne puo piu (qui ci volevano due accenti ma non li ho messi apposta. Ma meglio che non li facciamo leggere alla maestra) Se non la smettiamo con questi accenti diventiamo tutti come Timpàno. Adesso seguira una trascrizione liscia, disinvolta, tranquilla. Dunque...
– Ci sono sempre 24 ore. – ripete Timpàno – dodici di giorno e dodici di notte. Allora, siccome siamo matti ma anche ingegnosi abbiamo deciso che le seconde dodici ore andranno da zero a 12 e le prime dodici ore andranno da 12 a zero. In questo modo sappiamo sempre se siamo di giorno o di notte.
– E quindi tra le dieci e mezza e le dieci e un quarto significa che..
– Significa che siamo nella prima parte delle ventiquattro ore. Voi direste di notte. Chiaro?
– Chiarissimo, grazie... – Coralinda non ha dimenticato la sua terza domanda e il suo grazie suona sospeso, dubbioso. Infatti, ci ho messo i tre puntini di sospensione, nel caso non l’aveste notato.
– I ratti pregano il Grande Diluvio Pantanoso. Infatti pensano che una volta, tanto tempo fa, il mondo ospitasse soltanto ratti che vivevano felici in una terra coperta di piccoli corsi d’acqua e fango morbido e profumato. Poi sono arrivati i Seccaterra – noi li chiamiamo U-Mani – e hanno asciugato il fango e ne hanno fatto polvere. Dove una volta tutto era morbido e rotondo adesso i ratti trovano il secco, lo spigoloso e l’arido. E dicono: «pensate alle case, alle strade, ai posti dei seccaterra. Sono brutti, asciutti e malati. Vivono in una terra senza sangue e senza fango.» Allora i ratti pregano per il ritorno del Grande Diluvio Pantanoso. Per poter essere di nuovo felici.
– Che bella storia...
Il solito Arlecchino.
– Ti piacerebbe essere sempre umidiccio? – gli chiede Graffio.
– Beh, no. Ma una bella storia rimane una bella storia.
– Vero, proprio vero – dice Coralinda.
N.B.: i miei ringraziamenti ad Aron Wiesenfeld e a Jacek Yerka, autori, rispettivamente, della prima e della seconda immagine allegate.


