Generi letterari: Surreale
Una storia di semafori, auto e qualche umano, ma pochi.
Un racconto pubblicato su LN-LibriNuovi n. 4 del dicembre 1997, curiosamente a firma “Anselmo Montanari” un nome-de-plume usato solo in quest’occasione, e ritrovato nel corso degli spostamenti da un pc all’altro. Sul racconto, comunque, non dirò nulla e lascerò la parola a Silvia Treves, per tutto il tempo dell’esistenza di LN la “Gielle” (Grande Lettrice) della rivista, ovvero la direttrice editoriale.
Questo racconto, in origine era un biglietto d’auguri e accompagnava un regalo di Natale che mi aveva mandato l’autore. Perché l’avesse dedicato a me non so, forse per addolcire il mio rapporto conflittuale con i semafori (e più in generale con la guida in città). Beh, da allora quando fisso il semaforo, in attesa che scatti il verde mentre stringo il volante, oltre alla solita impazienza sento anche il desiderio di fargli ciao ciao. Le sentinelle, si capisce, mi sono più simpatiche, mentre i Grandi Lampadari mi intimidiscono un po’. Ma soprattutto penso a noi, inscatolati nelle “frenetiche”, frenetici anche noi e nemmeno distinguibili dal nostro contenitore a rotelle e mi viene da pensate che l’unico rapporto accettabile con semafori e automobili sia quello stabilito dall’ospite piccolo. (Gielle)
Raul con il vetro bianco e viola
C’era una volta, ma non tanto tempo fa, un semaforo. Era un semaforo normale di nome Raul, con le tre lampadine d’ordinanza nascoste dietro i vetri: uno giallo, l’altro rosso ed il terzo verde. Un semaforo giovane, di fresca nomina, una Sentinella, come si dice tra i semafori per indicare quelli tra loro che vivono appollaiati su un palo di metallo verniciato di verde. Questa caratteristica li distingue facilmente dai Monocoli, i semafori ad una sola luce gialla e lampeggiante appesi in mezzo alle strade secondarie - tipi ritirati ed un po’ selvatici - dagli Occhioni, posti agli incroci delle vie lunghe e rettilinee, così detti perché la loro luce rossa è molto più grande delle altre - imperativi e paternalisti - e infine dai Grandi Lampadari, quei semafori appesi in mezzo ai grandi incroci cittadini tra fili del tram e cavi della luce, quelli che decidono di puntualità e ritardi, che amministrano il tempo delle città guardando con malcelata antipatia pompieri, poliziotti e ambulanze che soli possono ignorare l’autorità del loro rosso e la cortese degnazione del loro verde, concesso con parsimonia ed una punta di avarizia.
«Le Frenetiche non meritano verdi troppo lunghi» - Era solito trasmettere attraverso i cavi Alvise XVIII, un semaforo di dieci anni, appeso nell’incrocio principale della metropoli più importante - «Le frenetiche sono stupide, come hanno detto i miei diciassette illustri predecessori e se concedessimo loro verdi troppo lunghi finirebbero per autodistruggersi». Sarà bene chiarire che per i semafori gli uomini non sono creature molto interessanti: li considerano infatti ospiti parassiti delle Frenetiche, ossia le auto, e valutano con disgusto, temperato da una punta di pietà, i pedoni, creature indifese e patetiche come lumache senza guscio. Una sola cosa temono i semafori: il Grande Tir Assassino Nero e Argento che nelle notti nuvolose abbatte e distrugge sentinelle, occhioni e Lampadari, lasciandone il corpo metallico martoriato sul marciapiede, gli occhi spenti per sempre.
Raul cominciò il suo lavoro con molto impegno, ricordando le parole del povero nonno, un semaforo che aveva lavorato per trent’anni e passa ad un passaggio a livello: «Il difficile del nostro lavoro è avere pazienza, tanta pazienza, soprattutto la notte, quando c’è poco traffico ed è facile sbagliare i tempi. Dai retta a me, che dirigevo i Cavernosi lunghi, concentrati solo sul filo dell’orizzonte e farai strada». E di fare strada Raul ci sperava proprio. Non osava sognare di diventare addirittura un Lampadario o un Grande Lampadario, era partito troppo in provincia per riuscirci, ma almeno un Occhione poteva anche sperare di diventarlo, soprattutto se la via diveniva più importante. Accendeva le sue luci in perfetta sequenza, dirigendo il traffico che si immetteva dalla via principale di un piccolo centro alla via maggiore che portava ai laghi. Il tempo passava e Raul continuava a fissare l’orizzonte ed a accendersi in perfetta sequenza, regolare come un semaforo svizzero.
Non era un brutto lavoro, il suo, l’unico momento angoscioso era la domenica sera, quando tutte le frenetiche tornavano dai laghi e si incolonnavano tanto fitte che le sue luci non servivano quasi più e soprattutto il verde, che Raul esibiva con una piccola esitazione dovuta più alla timidezza che all’avarizia tipica dei Grandi Lampadari, non faceva progredire le frenetiche di un palmo. Raul ci pativa parecchio per quei momenti. Si sentiva inutile, lì come uno stupido cartello stradale, a fissare il serpente multicolore di metallo che muggiva e fumava, pieno di creature che si agitavano ed emettevano strilli e sbuffi come se ci soffrissero anche loro a star ferme su quel pezzo di asfalto. Non era nemmeno possibile fissare l’orizzonte senza pensare a nulla, troppo rumore, troppa agitazione e Raul doveva spesso vincere la tentazione di accendere il verde un momento prima per permettere alle Frenetiche di passare. Sapeva di colleghi più anziani che erano arrivati al cinismo di ritardare il verde, stanchi e disgustati da tutto quel caos, sperando forse che le Frenetiche avrebbero in futuro evitato quella strada, ma Raul non era fatto così. Infatti il suo sogno era un incrocio tranquillo e pulito come si vedeva nel modellino messo in vetrina da un’autoscuola poco lontano, con due Frenetiche colorate da una parte ed un Cavernoso, cioè un camion, in compagnia di un’altra Frenetica bianca dall’altra. Raul immaginava che le piccole Frenetiche dell’autoscuola passassero con un leggero inchino ed un’esitazione come a dire “prego, prima lei, ma si immagini, si figuri, non si periti, si accomodi, a presto rivederla“ emettendo dal tubo di scappamento solo un delicato profumo di erba appena tagliata.
Poi, una domenica di luglio nella quale il traffico era particolarmente spaventoso, Raul stanco, esasperato, mezzo intossicato dal gas, commise un errore. Subito dopo il giallo, infatti, accese nuovamente il verde. Le Frenetiche davanti a lui sul momento non si accorsero dell’errore, abituate com’erano da sempre che al Giallo seguiva il Rosso. Solo alcune strisciarono avanti pian pianino, come se temessero uno scherzo cattivo. Fortunatamente dalla via del paese non giungeva nessuno e così riuscirono a raggiungere le altre Frenetiche davanti a loro di pochi metri.
Raul si spaventò molto per l’errore. Nessuno nella sua famiglia ne aveva mai commessi - o almeno così si diceva nelle lunghe comunicazione che correvano lungo i cavi elettrici - e per i giorni seguenti raddoppiò l’impegno a dirigere il traffico e fissò il filo dell’orizzonte fin quasi a consumarlo. La domenica seguente, quando le Frenetiche tornarono ad ammucchiarsi davanti a lui, Raul le affrontò con calma, ben deciso a comportarsi secondo le migliori regole del suo popolo. Passò un’ora, ne passarono due, tre, quattro ma il traffico non accennava a diminuire. Raul fissava l’orizzonte, recitava a bassa voce “Rosso, Verde, Giallo, Rosso, Verde”. Dalla via del paese non giungevano quasi più auto ma sulla strada principale diretta alla città l’asfalto era ancora torrido per il calore dei motori fermi ed i gas di scarico. Ubbidendo ad un impulso improvviso Raul decise di raddoppiare il tempo del verde, tenendo d’occhio la via del paese. In fin dei conti il Grande Controllo voleva un traffico scorrevole e quello era proprio ciò che stava garantendo, pensava Raul, sollevato nel vedere le Frenetiche che sgasavano e abbandonavano l’incrocio dirette alle lore grandi case che si vedevano grigie e silenziose dove la strada scompariva oltre la curva dell’orizzonte. La cosa gli riuscì talmente bene che la domenica seguente Raul si ripeté, stabilendo i tempi di accensione del verde in rapporto al traffico sulle sue strade, smaltendo con alcune ore di anticipo un’impressionante quantità di Frenetiche. Il Grande Controllo per il momento non dava segni di vita e così Raul passò il resto dell’estate e l’autunno a decidere su flussi di traffico, precedenze e viabilità. Le sue gesta comparvero presto nelle comunicazioni che i semafori si scambiavano mediante i cavi elettrici e parlavano di una sentinella giovane e coraggiosa che sfidava il Grande Controllo, amata dalle Frenetiche ed ammirata da tutti gli altri giovani semafori. Si era quasi alla fine di dicembre quando il Grande Controllo decise di intervenire e lo fece in modo brutale e sommario. Un gruppo di ospiti, di quelli che normalmente vivevano all’interno delle Frenetiche, lo smontarono, misero al suo posto un Occhione dalla luce rossa particolarmente intensa e lo trascinarono in un vecchio magazzino, tra vecchie pedane zebrate e lampioni rotti. Faceva freddo nel vecchio magazzino dove erano ospitati alcuni monocoli fuori servizio ed un vecchio semaforo per pedoni, di quelli con gli omini rossi e verdi che lampeggiano e sembra vogliano scappare dal vetro smerigliato. «Ti sei ribellato al Grande Controllo, che coraggioso che sei.» gli diceva Ramon, il semaforo per pedoni. «Sono rovinato, altro che coraggioso. Sarò cancellato dalla famiglia, dimenticato, probabilmente smontato e distrutto.» Gemeva Raul il cui orizzonte era ormai invisibile, nascosto dalla parete di metallo ondulato. «Aveva ragione il nonno quando mi augurava di non dover mai incontrare il Grande Controllo.» «Fatti coraggio, magari in qualche via secondaria... » provava a consolarlo Ramon. Raul lampeggiava lentamente il giallo con tristezza: «Non c’è un’altra possibilità per chi ha disubbidito al Grande Controllo.» «Non c’è, non c’è.» Ripetevano sghignazzando i vecchi Monocoli del magazzino.
Quando vennero due ospiti in tuta a portarlo via Raul non cercò nemmeno di resistere, salutò con un ultimo lampo verde il buon Ramon, ignorò sdegnosamente i monocoli e andò sereno ad affrontare l’officina di smontaggio. Era strana l’officina, una grande sala dalle pareti tutte di vetro, piena di di frammenti metallici, pezzi di stoffa colorata, legno, pietre rotonde di fiume. «Mettetelo pure qui.» disse un ospite vestito di chiaro ai due ometti che l’avevano portato fin lì. Poi, quando i due si furono allontanati, per prima cosa lo collegò alla rete elettrica e lo accese. Raul lampeggiò stupito: non c’erano Frenetiche in quella grande stanza, solo l’Ospite e qualche volte un ospite più piccolo che si sedeva ai piedi di Raul per guardarlo accendersi in sequenza. Si sentiva un po’ stupido a funzionare così, senza traffico, senza rumore e senza il fumo degli scappamenti e il piccolo Ospite sembrò capire questo disagio di Raul, tanto che si abituò a venire a giocare con delle piccolissime Frenetiche proprio ai suoi piedi. Quello strano rapporto tra i cuccioli delle Frenetiche e gli ospiti dapprima lo sorprese, ma finì per stabilire che evidentemente questi allevavano le piccolissime Frenetiche fino all’età adulta per poi circolare con esse fino al resto della vita.
«Curioso» meditava Raul.«Due razze così necessarie l’una all’altra. Noi semafori siamo sempre così per conto nostro, così tutti compresi di noi stessi, come se fosse davvero importante dirigere una cosa stupida come il traffico».
Si era quasi abituato a quel trantran, al piccolo ospite che giocava con lui e con i piccoli delle Frenetiche ed all’ospite più grande che ogni tanto si fermava a guardarlo, lo dipingeva con colori vivaci, lo adornava con fregi metallici, faceva qualche passo indietro e tornava a guardarlo. L’ospite più grande giunse a sostituire il vetro colorato di verde di uno dei suoi occhi con un altro vetro, per metà viola e per metà bianco, creando in Raul una smarrita curiosità sul possibile uso di quei colori sconosciuti negli annali di Alvise XVIII.
Lo trasportarono in un’altro vastissimo salone dove riposavano le carcasse di alcune vecchie Frenetiche dipinte con colori molto vivaci e dissonanti, una lavatrice scassatissima ed altri arnesi ed apparecchi dei quali il buon Raul, cresciuto in campagna, ignorava completamente scopo e funzione. Gli ospiti entravano nella sala, guardavano tutto senza toccare e poi in genere sostavano a guardare proprio lui, incantati. Raul si sentì dapprima un po’ urtato per tanta attenzione da parte di quelle strane creature, ma finì poi per sentirsene lusingato ed accendersi e spegnersi seguendo il suo estro del momento, creando nuove combinazioni di colori che suscitavano l’estatica ammirazione degli Ospiti. Il Grande Controllo sembrava non riuscire a far giungere il suo potere fin lì e Raul scoprì ben presto che quella nuova vita lo divertiva immensamente. Dimenticò l’incrocio, Alvise XVIII, il Grande Controllo, il fumo delle Frenetiche. Ora si accendeva e si spegneva come gli pareva e ascoltava con divertimento un po’ distaccato il furioso cicaleccio sulla rete elettrica degli altri semafori. Quando udì parlare di un semaforo di nome Raul che era finito in un museo accese l’occhio viola e bianco e lampeggiò velocemente a lungo, il modo di ridere dei semafori.


