Gocce
Un racconto contenuto nella raccolta «In Controtempo», uscito per CS_libri nel 2007 e tuttora in vendita in forma di e-book per kindle.
Un racconto strano, ma non più di quanto lo siano gli altri racconti dell’antologia. In tutto sette, ma alcuni troppo lunghi per essere pubblicati qui. Un’antologia decisamente importante, dal momento che notizia della sua uscita, grazie a Franco Pezzini, è apparsa anche su Carmilla on line. Ho deciso di (ri)pubblicarlo perché l’esperienza di autopubblicazione fatta con Substack mi ha divertito e stimolato e ovviamente spero che l’esperienza sia stata gradevole anche per i miei nove lettori… Per chi volesse leggere anche gli altri racconti può ordinare qui l’antologia in forma di e-book per kindle.
Gocce
È un rumore che mi ricorda quello di un rubinetto non ben chiuso, un gocciolare irregolare accompagnato da un’eco metallica che sembra non cessare mai ma solo perdersi nello spessore dei muri.
– Dovrebbe fare qualcosa per quel rubinetto. Lo sento a ogni ora del giorno e della notte.
Astore – Astore Ludovico per la precisione – è un uomo calvo, di una consistenza esile e consunta che non sembra aver mai conosciuto il vigore della giovinezza. Ha scosso il capo abbassando la fronte, attraversata da linee rilevate come quelle di una foglia secca e si è schiarito la voce con un colpetto secco, unico. – Non ho rubinetti che perdono, professore.
Non so perché mi chiamino così, forse per l’abitudine di rimanere alzato fino a tardi a leggere o per il ticchettio della tastiera. Sto in una vecchia casa vicino al centro storico della città, acquistata da ristrutturare e faticosamente riattata in numerosi week-end.
L’abita una popolazione che quando sono di cattivo umore definisco residuale, ma che si potrebbe anche solo chiamare anziana: perlopiù donne sole, amanti o persecutrici della multicolore tribù di gatti che popola il cortile.
Astore Ludovico è uno dei pochi uomini dello stabile, tranquillo e regolare come lo scandire di un pendolo, silenzioso come una formica e altrettanto ordinato.
Mi sono deciso a parlargli dopo più di un mese che sento quel rumore. La sua risposta mi stupisce. Lo sgocciolare viene dal basso, ne sono certo, e i confini dei nostri appartamenti coincidono perfettamente.
– Quand’è così mi perdoni…
– Anch’io l’ho sentito un pochino. Mi sembra che sia nelle cantine –. Sorride per creare una complicità. – Non sono più troppo sicuro delle mie orecchie, s’intende, ma dormo assai poco e alla mattina presto…
– Grazie al cielo alla mattina presto non riesco a sentirlo nemmeno io, dormo. Ma in questa casa sono installati dei rubinetti anche in cantina? E per farne che?
Si stringe nelle spalle. – Durante la guerra c’erano dei rifugi qui sotto. Poi li hanno suddivisi e ne hanno fatto delle cantine. Io non abitavo ancora qui, ma magari hanno installato dei rubinetti. Non le sembra possibile?
– Sì, certo. Possibile è possibile, ma ecco, mi sembra strano. Bisognerà parlarne con l’amministratore?
– Eh sì –. Approva titubante, quasi timoroso. – Dovrebbe pensarci lei professore, non crede?
Annuisco. È una seccatura, una maledetta seccatura.
* * *
Il mio pezzo sul cinema di Blasetti non ha convinto il caporedattore.
– Ne ho già letti tanti così. «Afascista, defilato dalla retorica del Regime, cultore di un fantastico ricco di ironia ed essenzialmente moderno, ecc. ecc.». Posso stamparlo giusto per non mettere altra pubblicità nel tuo spazio. Sai che ci sono dei limiti. Ma non riesci a tirare fuori niente di più originale?
Lo guardo e non rispondo. Il guaio è che ha ragione. Mi sento spompato, nauseato. In genere le cose migliori mi vengono fuori davanti al portatile: quando sono a metà dell’articolo e qualcosa si fonde magicamente nel mio cervello, permettendomi di scrivere cose delle quali sono poi io il primo a stupirmi. È così che riesco a sbarcare il lunario, a ottenere rimborsi spese per le rassegne cinematografiche di mezzo mondo, a vivere, insomma, più o meno come mi piace. Non mi succede da un po’, lo so anche da me. Vivo di quel tanto di nome che mi sono fatto in questi anni, ma mi sento offuscato, ottuso.
– Qualcosa non va? Donne?
Sorrido. – Eeeh –. Lascio andare un sospiro.
– Magari giovane, quasi implume?
– Più o meno.
– Stai attento. A quell’età sono assolutamente stronze. Ti fanno morire e alla fine ti comporti come un sedicenne perennemente al telefono.
– Prendo nota. Ma non sono ancora a quel punto.
– Verrà, vai tranquillo. Prima di allora cerca di portarmi di meglio di questa merda –. Appoggia il dito sul pezzo. – Mi capita gente decisamente sveglia qui dentro, sai?
– Non ne dubito –. Stringo i denti per non urlare. – La prossima volta dovrai chiedermi pietà.
– Lo spero –. Il telefono squilla e questa volta non lo lascia squillare a lungo.
Dovrei essere alla rassegna sul cinema cinese d’anteguerra. Mai neppure saputo che ne esistesse uno. Comunque non ci sono andato. Ho tenuto la bottiglia del whisky davanti al caminetto acceso. Lei mi ha telefonato a metà pomeriggio, non ho ben capito da dove. Fa l’architetto e si sposta in continuazione. «Stasera non ci sarò, pensami». Infatti, la sto pensando. Un attimo fa pensavo di dirle «Sei una miserabile testa di cazzo» e mi godevo la sua faccia da lesa maestà. Tra un momento penserò di strapparle le mutande e farmela senza che lei smetta di avere quell’espressione. Probabilmente se amore c’era è finito da un bel po’. Sembra quasi che mi eviti apposta e quando finalmente c’è non aspetto altro che il momento di scopare, per non doverla più ascoltare. Il whisky intiepidito ha un profumo meraviglioso, berlo è quasi un sacrilegio. Per dopodomani aspettano un mio pezzo sulla Hammer Horror Film: non l’ho ancora neppure iniziato. Nel silenzio della casa ascolto lo sgocciolare del rubinetto, immobile, gli occhi sbarrati.
È passata l’una.
* * *
– Non so proprio che cosa risponderle. A me non consta la presenza di rubinetti o di tubature. Aspetti un istante.
L’amministratore è un individuo che cerca di apparire ancora giovane e si sforza di comunicare una sensazione di competenza e tranquilla efficienza. Non so a che cosa devo tanta attenzione, forse alla mia supposta qualifica di professore.
– Vede? Queste sono le planimetrie dell’interrato –. Mi apre davanti un grande foglio attraversato da linee intere o tratteggiate. Naturalmente non ne capisco nulla.
– Le tubature di risalita si trovano qui –. Mi indica una linea grigia, un po’ più spessa e tratteggiata –. E qui ci sono i collettori di scarico. È tutto un po’ vecchio in questa casa. Una volta o l’altra bisognerebbe metterci mano –. Ha un sorriso d’intesa. – Ma gli attuali condomini non sono in grado di sostenere una simile spesa.
– Nemmeno io.
Questa storia mi sembra sempre più ridicola. Ho passato un paio d’ore delle ultime notti ad aggirarmi per la casa cercando di individuare la fonte del rumore, ho appoggiato l’orecchio a muri portanti, a colonne, sono entrato negli armadi a muro come un ospite indesiderato e ho provato le emozioni di chi fugge da un marito di vecchio stampo. Il rumore l’ho udito ugualmente, né più nitido né più distante, come se la mia posizione fosse assolutamente indifferente, e come se in fondo lo fosse anche il mio ridicolo agitarmi.
Saluto gelido e me ne vado, sicuro di aver fatto la figura del nevropatico molto in anticipo sull’età canonica. Dimentico anche di ringraziare.
Sono a un punto morto. Ho dato il bidone a quelli della Rassegna sull’Horror Film, il saggio che medito di pubblicare è impantanato senza speranza e per quanto mi riguarda non merita nemmeno di essere terminato. Ho dato fuori tutto quello che ho, probabilmente, e anche se scavo e mi tormento non trovo più nulla che non sia già stato detto e ripetuto fino alla nausea. Sto tagliando il tronco sul quale sto seduto e questo mi dà una leggera ebbrezza, la stessa che devono provare i suicidi. Mi sento naufragato sulla riva di un oceano di parole e di immagini «… che la diritta via era smarrita». Solo questo so di Dante, come quasi tutti i fessi che vogliono mostrarsi colti a buon mercato.
Prima di infilare l’androne di casa mi faccio un giretto per il parco. Le foglie, più grigie che gialle, sono rimaste solo sui rami più alti, il resto copre i sentieri e il prato. Il parco in questa stagione ha un’apparenza meno assurda, le cartacce, le bottiglie in PVC e le lattine scompaiono annegate nel giallo - bruciato delle foglie secche, come se la natura volesse dimostrare di esistere anche in piena città e si prendesse un’effimera rivincita. Sulle panchine annerite giovanissimi e anziani, in coppia gli uni, solitari gli altri. Non c’è un modo di uscirne, non ora, non qui.
Rientro in casa con addosso una sorta di ansia sorniona. La trovo ad aspettarmi davanti alla porta, pantaloni a quadretti beige e bruciato, un ampio scialle di lana color crema, la borsa e le scarpe lucidissime.
– Complimenti. Ti ho già visto in qualche rivista di moda.
– Sei acido come una vecchia zitella, che cos’è, l’ambiente?
Forse ha ragione. Taccio per un istante, appena più lungo del necessario.
– Mi fai entrare o devo buttare giù la porta?
Sorrido. L’idea di vederla intenta a prendere a spallate la porta mi diverte parecchio.
– Mi piacerebbe vedertici ma la porta è mia. Aspetta che apro.
Appena entrata posa la borsa e la grande sciarpa sulla poltrona coperta da un vecchio plaid rosa. Vuol dire che intende fermarsi di più, forse anche per la notte. Non so perché ma questa fiducia nelle mie intenzioni mi irrita. È la stessa sicurezza che le leggo negli occhi a letto, come se io e il mio coso fossimo pronti a scattare sull’attenti a un suo semplice richiamo.
– In casa non ho quasi nulla, se sei disposta ad accontentarti…
– Esistono i ristoranti che consegnano a domicilio, già da un po’. Mi offri qualcosa?
Mi tolgo il soprabito e vado ad aprire la bottiglia di lambrusco secco che tengo in frigo per lei. È il suo aperitivo preferito, una volta terminata la bottiglia il giorno dopo ne compro un’altra.
Quando dimenticherò di farlo sarà finita per davvero.
– Tu non ne vuoi?
Me lo chiede sempre e come sempre scuoto la testa. – Non bevo prima di mangiare.
– Ti vedo un po’ fiacco.
– Sono scarico come una vecchia pila. Ma passerà, non è la prima volta.
– Vorrei avere il tempo di dirlo. Sono in cima alla gobba dell’ottovolante, adesso. Lavoro, lavoro e ancora lavoro....
Ho smesso di ascoltarla. Per un po’ la fisso all’altezza del cavallo dei pantaloni, troppo larghi per una sottile come lei, cercando di ricordare forma e colore del suo sesso. Il giorno dopo il suo corpo scivola via dalla mia mente, si fa confuso, anonimo. Il mio desiderio è fatto in buona parte di questo aggrapparmi, rassicurarmi che tra la realtà e la mia mente non vi siano rotture, sfasature.
– Non senti nulla? – chiedo all’improvviso, mentre beve.
– Nulla. E cosa…
– Zitta! Non lo senti questo rumore?
Solleva le sopracciglia con un mezzo sorriso. Tace per un buon trenta secondi e infine scuote la testa. – Nulla di nulla, che cosa dovrei sentire?
– Un rubinetto che perde. Non ridere. Perde da quasi due mesi e a quanto pare solo io riesco a sentirlo.
– Beh, sarà fastidioso penso.
– È un po’ più che fastidioso.
– Beh. Non è il caso che te la prendi così. Che cos’è, un vicino?
– Pare di no. Viene da giù, dal basso –. Indico il pavimento e pugnalo più volte l’aria per indicare una grande profondità.
– Così tanto giù? – sorride beata come una bambina che vede la possibilità di una battuta, di quelle che divertono i grandi.
– Già –. Sorrido anch’io. – Un rubinetto di Satanasso.
* * *
Alle cantine si arriva dalla scala principale, ma nella rampa per i sotterranei il mancorrente perde la pudica copertura di vernice per mostrare la sua anima di ferro scrostato e arrugginito. I gradini consumati vengono spazzati solo una volta ogni tanto e dalle cantine sale un odore che è un misto di vecchi panni, muffa e pipì di gatto.
Ho portato con me una torcia elettrica e alcune pile di ricambio, in omaggio al mio timore infantile di ritrovarmi in balìa di una luce che si affievolisce lentamente, seguendone terrorizzato l’agonia fino a rimanere cieco e inerme.
L’accendo appena messo piede sulla gettata di cemento che forma il piano delle cantine e proietto il fascio luminoso verso un anonimo intrico di vecchie tubature di uso e funzione ignoti. Alla mia sinistra il braccio principale delle cantine si prolunga verso l’oscurità. La numero 26, posta al termine di un corridoio minore, circa alla metà della lunghezza del ramo maggiore, è la mia, usata solo per ospitare qualche cassa di libri e riviste.
In realtà non mi sono mai dato la pena di esplorare l’intrico di corridoi che attraversano questo frammento di mondo ipogeo, fiocamente illuminato dalle grate aperte direttamente sul marciapiede. Le poche volte che vi sono disceso li ho attraversati respirando a stento e affrettatamente, a disagio per l’eccesso di segnali odorosi che mi aggredivano.
Mentre percorro il corridoio mi sforzo di riconoscere quello sgocciolio. Ora ha incominciato a infiltrarsi anche nei sogni, dando loro sfumature saturnine, sfuggenti, come paesaggi visti attraverso un vetro d’automobile bagnato di pioggia.
Illumino una dopo l’altra le porte chiuse, scrostate, talvolta danneggiate, sempre chiuse da lucchetti imponenti. Quali tesori nasconderanno? Giochi di infanzie di sessanta e più anni fa? Lettere d’amore, ricordi di infamie e glorie del tempo di guerra, soprammobili ormai grotteschi, raccolte di «Grand Hotel» e «Domenica del Corriere», valigie di cartone chiuse con abiti mummificati nelle pieghe divenute ormai eterne? O forse solo vecchie biciclette, avanzi di scorte fatte per le vecchie guerre o per le nuove, vino e salumi, inutilmente appetiti dai tanti gatti che attraversano questo spazio mistico.
Non solo la gente, gli animali, le piante al termine dell’esistenza vanno a riprendere il proprio posto sotto il fragile strato di terra riscaldata dal sole: anche le cose, gli oggetti paiono destinati a questo oblio fatto di buio, di polvere e di umidità. Questa riflessione mi diverte e mi diverte pensare che testimone della lenta, sterile decomposizione di oggetti e immagini vi siano schieramenti di bottiglie di vino, di barattoli di pelati e prosciutti, come in un funerale celebrato in salumeria.
Provo paura ma anche attrazione per gli oggetti che sono appartenuti a chi è venuto prima di me, per la loro futile, orfana materialità. Mi stupisco della loro forma così desueta, come se le uniche linee accettabili siano quelle alle quali ci ha abituato il gusto di questi anni. Qualche volta mi sono chiesto, sorridendo io per primo dell’assurdità dell’idea, se l’affannosa ricerca di nuove forme non finirà per prosciugare completamente il serbatoio di disegni possibili, consumando la possibilità stessa di percepire. Se non rimarrà, in fondo alla corsa, altra possibilità che combinare all’infinito linee già afferrate, ombre già colte, colori sempre meno nuovi.
Il tempo era la nostra sola risorsa, tempo per dimenticare e per ritrovare, ma il tempo non ha più Tempo, non c’è più possibilità di oblìo.
Davanti a uno dei corridoi minori, la luce puntata a terra, ho quasi dimenticato il motivo della mia presenza in questo luogo.
Percorro quel breve spazio per ritrovarmi davanti a una porta. Faccio dietrofront e ritorno sul ramo principale. Ne esploro ogni derivazione, ogni angolo. Il Rumore tace, come talvolta fa, tanto da darmi l’illusione di essere cessato per sempre. Ma ormai so, ho imparato a riconoscere i suoi repentini silenzi, le pause e gli accessi rabbiosi che fino a pochi giorni fa mi spingevano ad andare a controllare i rubinetti della cucina e del bagno.
Lei non li ha uditi, questa come le volte precedenti, raggomitolata sotto le coperte, una mano adagiata sulla stoffa della trapunta a reggere una sigaretta in gran parte consumata. Ho imparato a non protestare più per le bruciature e le macchie di cenere: più nulla di lei provoca in me una reazione che riesca a riconoscere. Solo un’eco di stanchezza, un accenno di moto d’affetto o di rabbia troppo debole per diventare gesto o parola. Solo il Rumore riesce ancora a scuotermi, a provocare brividi e agitazione, come una caccia senza regole e senza riposo.
Sono ritornato al punto di partenza, ai piedi della scala principale. È evidente che procedendo in quel modo non riuscirò a risolvere il problema. Devo scendere ancora. Mi guardo intorno: gli ultimi gradini terminano descrivendo un largo semicerchio e lo spazio nel quale mi trovo costituisce un equivalente dei pianerottoli ai piani superiori. Mi volto verso destra puntando il raggio della torcia elettrica. La porta è colorata dello stesso grigio polvere dei muri e non ha numeri o lucchetti. Neppure una serratura riconoscibile. Vi appoggio un orecchio. Nulla. Busso leggermente con le nocche delle mani. Il legno non produce il rumore sordo di una superficie piena, colgo un’eco più profonda, una vibrazione che si diffonde in uno spazio vuoto.
Provo a spingere. La porta è inchiavardata, chiusa. L’eccitazione rende le mani fredde, incerte. Provo a spingere ancora senza successo. Faccio un paio di passi indietro, obbligandomi a respirare più profondamente e a distogliere lo sguardo. Sto facendo qualcosa di assurdo, frutto di un esaurimento nervoso che non voglio ammettere di avere.
Il Rumore è ripreso, lento, ineguale, sornione, ogni goccia esita sull’orlo metallico del rubinetto per un tempo impossibile prima di raggiungere la superficie metallica e scrostata che l’attende. Con uno scatto improvviso vibro un calcio rabbioso alla porta che si apre di colpo, senza neppure cigolare.
Mi affaccio sulla soglia proiettando davanti a me un fascio di luce. La scala segue la stessa curvatura dei piani superiori e affonda nell’oscurità, nell’aria densa che ha lo stesso odore dei vecchi cassetti dove si tenevano i fiori di lavanda. Inizio la discesa con estrema cautela, stupito e divertito per la scoperta di questo angolo sconosciuto di mondo urbano. I passi affondano in un sottile strato di polvere, agito una mano davanti a me per evitare le ragnatele.
Giungo al punto in cui termina la nuova serie di gradini. Il pavimento qui è fatto di mattonelle ottagonali malamente colorate con sangue di bue. Guardando con attenzione nei punti dove la vernice rossa si è staccata è ancora visibile il vecchio disegno, un motivo floreale che percorre il contorno delle piastrelle descrivendo ampie volute. Il sotterraneo è praticamente vuoto, colonne di cemento ne sorreggono il soffitto confermando il mio sospetto che si tratti di un ulteriore piano di un rifugio antiaereo. Tuttavia le sue dimensioni mi lasciano interdetto. Sicuramente questo locale è molto più ampio del piano delle cantine e si estende almeno sotto un altro dei palazzi della via. Punto la torcia sulla successione di colonne senza riuscire a distinguerne il termine.
Ubbidendo a un impulso improvviso spengo la torcia per un istante. Gli unici riflessi di luce provengono dalla porta rimasta aperta allo sbocco della scala: davanti a me il buio assoluto, privo di dimensioni. La riaccendo provando una sottile riluttanza. Il raggio luminoso, restituendomi la possibilità di vedere, denuncia però la mia presenza inopportuna, la mia invasione.
Una cautela ridicola mi impedisce di abbandonare la piccola area dalla quale riesco ancora a vedere la traccia di luce che scende dalle cantine. Il fatto che il Rumore non provenga neppure da questo sotterraneo di cemento fa della mia paura una pura e semplice prudenza. La scala scende ancora: pochi passi davanti a me si apre un’altra tappa della discesa.
Dovrei esserne meravigliato, incredulo: simili sotterranei non appartengono a nessuna tradizione che io conosca. Scendo ancora. Non vi è traccia di umidità né di rovina nel piano interrato successivo, di nuovo le colonne di cemento, di nuovo il pavimento a piastrelle ottagonali, di nuovo il debole sentore di lavanda. La luce della porta aperta sulle cantine non è praticamente più visibile. Le dimensioni di questo sotterraneo sono ancora più vaste, forse occupano l’intero quartiere o forse giungono anche oltre.
Dovrebbe esserci acqua da qualche parte, l’intera città galleggia per così dire su una grande falda acquifera ed è bagnata da tre fiumi. L’aria mi sembra anche più asciutta che ai piani superiori. Un tardivo, debole, senso di allarme mi trattiene per un attimo dal posare il piede sulla successiva serie di gradini che scendono ancora. Come un sonnambulo affondo in un’oscurità più completa, senza più riflettere.
Ho perso il conto dei piani che ho già attraversato e ho scartato tutte le ipotesi ragionevoli che potessero spiegare una tale costruzione. In questi sotterranei avrebbe potuto rifugiarsi l’intera città per una guerra atomica, forse l’intera umanità. I suoi confini sfuggono ormai a ogni congettura, a ogni misurazione possibile.
Nulla apparentemente è cambiato: il cerchio dorato misurato dal raggio della torcia inquadra sempre gli stessi pilastri a sezione quadrata, le stesse piastrelle ottagonali di color granata, la medesima polvere vergine di passi, di tracce, eppure sono certo che le Sue dimensioni continuano a crescere, che il Suo lato aumenta procedendo secondo una successione numerica regolare ma inafferrabile. Nulla m’impedisce di pensare che questo universo fatto di scale e pavimenti non abbia termine e che altri infiniti livelli si sommeranno a quelli già percorsi.
Ho già sostituito due volte le pile alla torcia e calcolo di avere ancora luce per non più di una mezz’ora. Le condizioni di temperatura e umidità non sono minimamente cambiate, durante la discesa. Non provo né stanchezza né sete o fame. Nessun rumore mi disturba in questa profondità, finalmente nessun pensiero o ricordo mi raggiungono. La vita disperata e frenetica di chi trascorre i suoi giorni aggrappato al sottile strato di mondo che ci illudiamo di conoscere e dominare ha perso ogni spessore, ogni rilevanza.
Qui ho conosciuto la Profondità, il Tempo immisurabile.
Con un sorriso, a occhi chiusi mi preparo a scendere ancora.

