La luna sulla scrivania
Un'altro dei racconti ritrovati, pubblicato solo una volta su Fata Morgana 1. Né horror né fantascienza ma un storia molto normale e un finale sorprendente.
Un racconto ritrovato, pubblicato in Fata Morgana 1 con il nome-de-plume di Piero Baroncini e in seguito dimenticato, un racconto maistream, come mi è capitato di scriverne anni fa. L’ambientazione in un ufficio, l’uso di un pc, sono caratteristiche tutto sommato ovvie, come la presenza di una pianta semidimenticata in un angolo, ma un po’ meno normale è la separazione dei lavoratori in gabbiotti di compensato troppo stretti, con la sola luce artificiale a illuminare l’ambiente.
«Ah, come vorrei lavorare in qull’ambiente. L’importante per me è lavorare!» Questa è la dimostrazione pratica di come i padroni abbiano ormai vinto una guerra che è stata combattuta silenziosamente, quella tra le classi. Il compito narrato adesso può essere svolto da una IA, mentre chi cerca un lavoro oggi dovrà accontentarsi di sedersi davanti a un telefono e disturbare quante più persone nel minor tempo possibile o sedersi su una bicicletta e consegnare pizze o altro entro tempi predefiniti.
Il gesto finale del protagonista è una resa ma anche una dichiarazione di esistenza in vita. Un gesto non-violento ma deciso. Una promessa e una speranza. Buona lettura.
La Luna sulla scrivania
In quell’ang
olo ci avevano sempre tenuto un enorme filodendro, un vero gigante. Nel grande vaso qualcuno continuava a schiacciare mozziconi nonostante i messaggi intimidatori lasciati da un paio di colleghe. Ma la pianta non sembrava soffrirne, anzi: le foglie più giovani arrivavano ormai a sfiorare il soffitto.
L’arrivo del nuovo direttore ha segnato, tra le tante altre cose, anche la fine dell’augusta pianta che avevo visto installata nel suo angolo, fin dai miei primi giorni di lavoro. Le scrivanie sono scomparse dietro tramezzi color cartone ondulato, ed ognuno di noi si è trovato appartato in una specie di intimità: un’intimità aperta in alto, come una formica o un topo di laboratorio. Prima, il mio angolino era vicino alla finestra ed al radiatore, e mi offriva oltre che vantaggi stagionali – sono incline ai brividi frequenti – anche la possibilità di dare di tanto in tanto una sbirciata al cielo. La nuova disposizione mi ha sbalzato al posto del fiilodendro, finito chissà dove. Non mi sono lamentato, ho solo sospirato guardando la piantina dell’ufficio sul pannello affisso all’ingresso del piano.
La mattina ho preso posto, un pochino a disagio come tutti, ho atteso il collegamento in rete locale, ho impugnato lo scanner ed ho iniziato. Devo caricare nella memoria di Esagerato, il computer centrale della S.A.E.M., fatture, documenti accompagnatori, pezzi di carta più o meno legali di tutti i colori possibili, dotati di cornicette, righine, intestazioni pompose, ordinarie o addirittura grottesche o - più raramente - eleganti, essenziali, quasi sicuramente opera di un grafico. Al termine della lettura lo scanner emette un “Biiip” prolungato. Attivo la decodifica, controllo che Esagerato abbia letto tutto come si deve e via, un altro foglio. Lavoro banale, certo, ma che ha i suoi aspetti che se non definirei proprio divertenti, almeno soddisfacenti sì. Ci sono ditte che hanno elaborato piccoli capolavori grafici, scelte di colori, giochi di linee che mi affascinano, rendono il passaggio lento, quasi morboso dello scanner sulla carta, una parentesi di bellezza nell’aridità del mio lavoro. Lo sguardo segue la tenue luce verde imitando la sua puntualità che sa di magia, perdendosi in linee e colori come in un quadro di Mondrian.
Ma quella nuova posizione non mi piaceva. La luce del giorno arrivava male fin lì, schermata, spezzata dai troppi tramezzi e la luce artificiale alla quale ero ormai condannato rendeva i colori tutti ugualmente acidi o neutri, smorzava l’impatto delle linee confondendole, aggrovigliandole. La mano che teneva lo scanner, la mia migliore collaboratrice: seria, tranquilla, affidabile quanto i programmi di Esagerato, ora aveva preso a scartare, si imbambolava come la mano di un dilettante per poi compiere scatti repentini, assurdi. Il lavoro di correzione dei suoi prodotti diveniva lungo e penoso, tanto da ritardare l’intero reparto.
In capo a pochi giorni sono passato dal fastidio all’incubo. Qualunque ombra di bellezza è svanita dal mio lavoro, afferro i fogli con rabbia, passo lo scanner chiudendo gli occhi e premendo come un invasato, allungando ed accorciando le righe, rendendo lettere e numeri forme grottesche, creando alfabeti e sistemi di numerazione mai esistiti sui quali il mio senso della bellezza, frustrato ma ancora ben vivo, indugia qualche volta assaporando l’inebriante profumo della rovina imminente.
Adesso a casa picchio i bambini, io che ho trascorso senza lamentarmi e senza uno scatto di nervi i primi tre anni di vita del maggiore dormendo solo poche ore per notte. Ogni minima contrarietà mi sembra un oltraggio intollerabile, faccio l’amore con mia moglie con la stessa rabbia febbrile, la attraverso, la penetro senza nessun piacere, la accarezzo saltando il seno quasi con uno spasmo, boccheggiando sul ventre vellutato e rotolando vergognosamente fino alle ginocchia, quasi mi fosse divenuto impossibile riconoscerla.
Ho incominciato a spegnere lo scanner ed a battere i dati direttamente sulla tastiera, ma non ho modo di imitare la grafica peculiare di ogni cliente e poi sbaglio facilmente, inverto i numeri. Il 362 diviene spesso un 326, il 679 si trasforma in 697. Già due volte ho trovato sulla scrivania un richiamo scritto della direzione e so già che al terzo non sono più date altre possibilità.
É questo il motivo per cui ho comprato un grosso filodendro, il più grande che ho scovato e mi trovo qui, fuori dalla S.A.E.M. ad un’ora inconcepibile per il lavoro. Ho preso a nolo un furgoncino per trasportarlo, la pianta è sul pianale alle spalle della cabina di guida, in compagnia di un paio di asce da boscaiolo. Convincere i sorveglianti esibendo un falso ordine di servizio e trasportare la pianta fino al terzo piano non è stato un affare facile, ma adesso è di nuovo qui, al posto della mia scrivania che ho trasportato accanto alla finestra dopo aver abbattuto una dozzina di tramezzi.
La luce della luna, questa sera resa nitida dal vento, illumina il piano di lavoro e strappa piccoli riflessi allo scanner, ritornato solo per questa sera ad essere il giocattolo più amato, quello desiderato per lunghissime sere passate in attesa del sibilo morbido della televisione dei genitori che si spegne, prima di addormentarsi. Abbatto i tramezzi, li ammucchio nell’ufficio del nuovo direttore. Li dispongo uno sopra l’altro in perfetto ordine. Ora la luna illumina tutte le scrivanie, strappa riflessi d’argento ai portapenne di vetro ed alle vaschette colme di clip, dona un colore più scuro ed autorevole a dossier e cartelline. C’è pace, equilibrio nella composizione, i piani di vetro rimandano una luce sopita, scura, come il riflesso di onde leggere in un lago d’autunno.
Prendo una sedia e la porto accanto alla finestra. Attenderò l’alba per andarmene.

