Polvere
Un testo molto breve compreso nell'antologia "In controtempo", pubblicata da CS_libri. Un racconto piano e sottilmente seducente ma con un finale agghiacciante.
Mia madre aveva la fissazione della polvere. Guardava i piani dei mobili da angolature lovecraftiane per scovare l’altrimenti invisibile copertura polverosa, fissava i riflessi di luce solare dove galleggiavano i minuscoli refoli di polvere e diceva: «Vedi quanta polvere? Poi finisce tutta sui mobili!». Annuivo, mio malgrado, nonostante tutto vagamente preoccupato di tutta quella polvere che sicuramente si sarebbe posata sui miei polmoni, infine soffocandomi. Una madre casalinga svalvolata può essere un ottimo viatico per scrivere un racconto come questo…
Polvere
Nella luce grigia delle finestre senza vetri, tra i frammenti acuminati che sporgono dalle intelaiature scheggiate e scolorite, entra danzando leggera e indifferente, si posa esitando, rotolando dolcemente, polvere su altra polvere, milioni di volte a ogni secondo. Nelle stanze senza porte, dai muri raschiati, rotti, che mostrano il proprio abbandono come vecchie mendicanti dagli abiti lisi e sfilacciati, fruscia sottile come una nevicata: materia inerte, frammento, scarto, debole ed eterna. Mai vinta, la sua persistenza è il suggello della nostra labilità, della nostra impotenza.
Posso quasi udirla se mi immobilizzo e trattengo il respiro. Non è il rumore leggero della pulsazione dei miei vasi sanguigni: il suo rumore è diverso, assomiglia a un sospiro secco e irregolare, una nota debolissima e molto difficile da individuare. Se riuscite a udirla una volta, come è accaduto a me, non cesserete più di riconoscerla non appena il rumore disperato del mondo si acquieta.
Dormo a fatica, e sempre con la TV accesa su un canale qualunque: non ha importanza quale. Ma anche così posso udire il suo infinito, onnipresente fruscio, i momenti di maggior attività, le vibrazioni che attraversano la sua lentissima discesa, i vortici, le perturbazioni che l’animano.
In questi vecchi uffici la odo meglio, il suo respiro è più forte qui, quasi minaccioso. Mi guardo intorno con calma. Davanti a me il corridoio attraversa buona parte del vecchio stabile tagliandolo longitudinalmente. Nel corridoio, seguendo un ritmo regolare, nello spazio tra il vano di un porta e l’altro sporgono dal soffitto le armature metalliche dei vecchi neon.
La luce di una giornata caliginosa e umida di fine settembre si proietta dalle aperture delle porte sul vecchio linoleum che ricopre ancora parte del pavimento del corridoio, divenuto, dove la polvere non si è incrostata a cancellarlo, del colore di un limone marcio.
Lancio un’ultima occhiata ai muri del piccolo atrio dal quale sono entrato: alla mia sinistra sono ancora appese un paio di immagini pubblicitarie della ditta che ha avuto sede qui. In una delle due un bimbo con i capelli biondi e ricci si stringe al cuore, sulla stoffa ingrigita della giacchetta doppio petto, una scatola multicolore, dalla scritta ormai illeggibile. L’altra è conservata meno bene: si riconosce un braccio nudo e una parte della testa di una ragazza dai capelli rossi: il corpo della modella e l’immagine del prodotto sono scomparsi ingoiati da una grande macchia di umidità, dal centro scuro e denso e gradualmente più pallida verso i bordi. Sospiro con cautela e solo attraverso il naso, immaginando il fine pulviscolo, rimasto a riposare in quegli uffici abbandonati per più di vent’anni, che come una stanca, debole risacca lascia che il tempo dell’uomo passi, attendendo chissà cosa.
Avanzo lungo il corridoio lanciando un’occhiata prolungata ai vani che si aprono ai due lati. In qualcuno esistono ancora vetri alle finestre, incrostati di sporcizia e macchiati di pioggia, in altri la luce entra dalle fessure delle vecchie tapparelle di legno, cadute obliquamente nello spazio della finestra come navi inclinate sul fondo del mare, immobilizzando come una luce stroboscopica il moto continuo della polvere.
Nella scarsa luce intravedo raccoglitori di cartone aperti, cumuli di fogli decorati nell’angolo in alto a destra del nome della ditta e coperti di caratteri dattiloscritti di vecchie macchine da scrivere o attraversati da brevi frasi vergate in un inchiostro azzurro scolorito.
In alcune stanze il pavimento originale, fatto di mattonelle di cotto rosso scuro, sembra essersi conservato miracolosamente pulito, come se la polvere l’avesse evitato per raccogliersi sui vecchi dossier, sulle cartelline marrone scuro chiuse da elastici sfilacciati o rappresi e slabbrati come passati su una fiamma. In un paio di uffici il pavimento è crollato e, come nel disegno di un architetto, il muro della stanza continua oltre il segno scuro e spesso della soletta, cambiando colore, passando dal verde chiarissimo degli uffici al color mattone delle officine, al buio silenzioso e senza fine dei locali del piano inferiore.
Al termine del lunghissimo corridoio un’altra saletta simmetrica a quella dalla quale sono entrato. Qui non ci sono immagini appese alle pareti, ma l’armatura di un divano circondata da vuoti fantasmi di preservativi secchi e le semplici pareti ancora intatte e pateticamente pulite. Stringo i denti riconoscendo il suo sapore sotto i denti, così simile al sapore del sangue. Ora mi trovo al centro dell’edificio, un parallelepipedo in muratura dalle finestre ampie e regolari, circondato da un alto muro sulla cui sommità sono stati cementati cocci di bottiglie e frammenti di metallo acuminato. Quella difesa non ha impedito a bambini e adulti di penetrare nell’edificio per celebrare i propri rispettivi riti di guerra e d’amore. Un amore consumato in fretta in mezzo alla polvere e al silenzio denso di quelle stanze, illuminato dalla luce dei fari dei camion che passano diretti verso la tangenziale. Un amore che lascia un peso doloroso e cieco nella mente, un amore spiato da occhi vuoti e oscuri, più antichi della Terra e del sole che la illumina, più antichi della roccia e della luce.
La Polvere… È venuta prima di Tutto e dopo Tutto se ne andrà. È lei l’unica, vera Divinità. Come un Dio è in ogni luogo, e come un Dio riempie lo spazio oltre lo Spazio, oltre ogni cosa, oltre ogni confine, Lei, fredda, leggera, dal sapore di sangue.
Mi siedo sullo scheletro del divano per prendere qualche appunto e provare a calcolare il costo di una ristrutturazione. Leggerissimi fruscii mi interrompono ogni pochi attimi ma non alzo gli occhi per guardare. Il calcolatore tascabile mostra sul visore una serie infinita di numeri illeggibili e incompleti. Provo a scuoterlo.
Polvere, un granello probabilmente. Sotto i piedi sento il suo raschiare sabbioso contro le suole. Devo andarmene di qui, questo luogo non ci appartiene. Quel pensiero mi attraversa per un istante come un brivido. Ne sono sicuro come sono sicuro che questa mano sia mia. Mi alzo di scatto: la luce che entra dalle finestre si è fatta più chiara e insieme meno intensa, come se qui dentro il tempo fosse trascorso più veloce, trascinandomi nel cuore dell’inverno.
Fa freddo. Ripongo nella borsa il calcolatore, il block-notes, la penna. Cadendo sul fondo producono un rumore sordo e leggero. La borsa è piena di polvere: chiara, grigia, molto fine. Non è possibile afferrarla con la dita, impalpabile scorre via come un miraggio o come un impossibile liquido secco.
Getto la borsa in un angolo con un moto di orrore tardivo. Il tempo di voltare il capo e di tornare a guardarla: è divenuta un oggetto abbandonato qui vent’anni prima, la pelle screpolata, i bordi slabbrati, le cerniere rotte e arrugginite.
Fuori dalle finestre il mondo è scomparso: una pesante nebbia, solida e grigia, copre i contorni della realtà. Fisso a lungo la finestra: l’aria immota sembra la sostanza stessa del nulla, indifferente e immutabile. Faccio un passo indietro e vedo la punta della mia scarpa, graffiata e rovinata. Il maglione che ho addosso è divenuto rigido e insieme fragile. Ne afferro un lembo con le dita e lo sento frantumarsi come vetro sottile.
Nel corridoio le stanze si sono accese della stessa luce chiara e vacua, anche quelle che ricordavo chiuse. Vorrei muovermi, raggiungere l’uscita, tornare alla mia auto che ho lasciato appena dietro la curva, sotto un vecchio platano dalla scorza sbucciata. Intorno all’albero c’è una piccola recinzione fatta di piccoli archi di metallo arrugginiti. Un uomo anziano con un piccolo cane mi ha guardato parcheggiare e scendere e se ne è andato come se la presenza della mia auto lo offendesse.
Scivolo a terra lentamente, fino a poggiare la nuca sul pavimento coperto di vecchio linoleum. Dal soffitto penzolano frammenti irregolari di pittura, come fogli di carta male incollati ai mattoni. La sensazione del peso del corpo è cessata e non sento più l’ala delle scapole premere sul pavimento. Non provo più né paura né dolore. Mi accorgo di non avere più bisogno di chiudere gli occhi. La Polvere scende veloce, come neve sottile e tiepida.


